Il tempo dei bilanci è duro a morire. Ho quasi 44 anni. La taglia che porto è la 42. Non dormo. Non mi drogo, ma avrei potuto. Forse sarei già morta di infarto. Non mi diverto particolarmente. Ho smesso di uscire e fare la vita sbarazzina e un pochino alcolica di una Lucia Berlin fallita, quando sono rimasta incinta. Leggo uno sproposito di libri. Soprattutto di psichiatria, psicologia, educazione e giornali su quella caterva di cose raccapriccianti che avvengono qui e altrove. La nazione dove vivo sta facendo scelte politiche che non condivido, dettate da una stretta sulla misure di sostegno di impianto socialista che hanno costituito l’ossatura del paese dalla fine dell’800. Le spese di queste scelte saranno pagate da immigrati e indigenti. Ma io non sono indigente. Ho sempre vissuto con pochi soldi, ma sempre bene, ma davvero sono stata povera. I miei hanno una villa di 300 metri quadri. Ci vivono in 2, aspettando noi, che la riempiamo una volta l’anno. Io mi sono infilata in una relazione che permette a me e a mio figlio di vivere bene, circondati da libri, piante e buon cibo che cucino io quotidianamente. Non faccio volontariato, se non raccolte fondi per una associazione che segue bambini che provano qualche forma di forte disagio in famiglia. Non viaggio, se non per andare a trovare i miei parenti. Coltivo molte amicizie. Ho un nuovo amico molto giovane e molto bello, uno che ama le piante e il cibo, mangia poca carne, parla piano, calmo, ha lunghe ciglia che scoprono uno sguardo intenso, un sorriso che si schiude e accarezza, lui, che mi ha scosso gli ormoni e riportata a capire che alle volte le anime si incontrano nei punti sbagliati dei calendari. O forse si erano incontrate precedentemente e in questa vita devono scegliere altre strade per tenersi la mano. O acciuffarsi per i capelli. Da poco, è partito. Proprio quando mi toglieva il sonno, perché mi spaventava sentire che le nostre orbite si magnetizzavano. Ora vive in Sud Africa. Mi manda foto. Forse è narcisista. E sono tutti narcisi, gli uomini che ho amato. Tutti. Il mio amico vecchio invece, quello quasi ottuagenario, che ama uomini di ogni età, pur essendo sposato da quaranta anni, seguita a farmi sentire amata, e intellettualmente stimolata.

Però nessuno si prende cura di me. Se affondo, sento il silenzio di tutta quella sabbia che inghiotte. E allora torno a pensare che sono sabbia. Che non sono nulla di più. E che io sono brava, a prendermi cura di me.

Per anni mi sono sentita gggiovane dentro. Piena di vita. E per anni ho portato la 40. Ma tutto cambia. Ho un seno di una taglia in più, ma sempre solido, spocchioso. Ho le cosce più piene, muscolose, lisce. Il corpo lo nutro di yoga e non mi scatto selfies, non ho Instagram (o meglio, l’ho aperto per quando inizierò una attività di vendita capi usati). Non scatto foto alla cena da 300 euro consumata sotto l’ombra di un faggio che profuma di pelo di lontra.

E intanto so che devo sollevarmi dalla mia dimensione terrena ed egotica. Devo pensare ai sistemi massimi. Che appartengo alla natura. Che i cicli si ripetono. Che siamo piccole, piccole particelle spaziali nell’universo mondo. Che quel che abbiamo, lo possiamo perdere. Che. A tutto questo penso, ogni giorno. Ogni fottuto giorno. E non a caso, mio figlio produce la stessa ruota di pensieri, la stessa profondità, che se domineddio lo avessi partorito già lieve come un filo d’erba, non dovrei stare ogni giorno a scervellarmi per dargli delle risposte di senso. Di fatti, mi costringe, con le sue domande pulite e dirette, a guardarmi dentro ancora di più, annaspando alla ricerca delle parole giuste. E di parole semplici, alla sua portata. Le domande ricorrenti sono: Ma perché c’è la gente che fa le cose cattive? Perché viviamo? A cosa serviamo? Cosa succede quando non ci siamo più? 9 anni, e la mente di un trentenne. Non un trentenne qualunque, uno coi cojoni.

Rispondo sempre pacatamente, rassicurante. Siamo qui per farci del bene a vicenda, il male esiste perché altrimenti non riconosceremmo il bene. Quando non ci siamo più, ci trasformiamo in qualcosa di altro. E se vogliamo, torniamo sulla terra per un altro giro.

Intanto il mondo continua a far cagare. Il mio amico giovane che mi ha visitato in sogno qualche volta, lui è nel mondo. Ha appuntato la sua anima bella sul tabellone geografico del Sud America e usa la sua intelligenza acuta e ampia per studiare forme di lotta contro forze gigantesche e fagocitanti. Provo immensa stima e stupore, quando leggo quel che scrive. Riconosco l’intelligenza che avevo ascoltato fresca, nei suoi 16 anni. Riconosco l’acume, e sento quanto antica anche la sua anima, in fondo, è.

Alcune volte mi paragono e lui. Mi sento piccola, inutile, ferma nella bolla che fa il mio ombelico con l’acqua gelida del mare del nord. Ma poi penso: il mio lavoro è questo. Devo semplicemente fare questo. Amare il prossimo, quello vicino, vicinissimo, amare i bambini che incontro, come me stessa.
Perché finalmente, ho imparato ad amarmi. E questo bilancio, di 44 anni corsi in tante direzioni, senza aver costruito nulla, questo amore per me, è il punto su cui si basa quel che farò, che mi resta da fare.

Aprire una scuola.

Un tempo non troppo lontano, ciglia adottiva, mi destestava. Bofonchi ad ogni mia parola, atteggiamento spocchioso, battiti di ciglia infuriati e repentini. Poi, un bel giorno di pre-primavera, qualcosa è cambiato. Ciglia adottiva si è trasformata in chierichetta. Si è svegliata un giorno e con aria ammaliata ha iniziato a seguirmi, annuente, incenso e acqua santa alla mano. Ride, financo, ride alle mie battute.

Ora, il mio animo irrequieto si chiede, a cosa devo questa trasformazione? Credo al fatto che stavo ad un passo dal divorzio (sempre ci sono, direi, ma questo non devo per forza condividerlo con bambini innocenti e neppure con mariti mazziati), e che la ragazza si è resa di colpo conto che, se mi perdesse, si troverebbe con la stecca in mano e le palle ubriache. Per cui meglio tenersi stretta la mamma putativa, che tutto vede, che tutto giudica, ma che anche pulisce, accudisce, regala, coccola, cucina, canta e gioca. Mejo de così?!

Il marito invece, resta ancorato al suo carattere naturale di happy kiddo, che nulla, ma proprio nulla, lo smuove dal volare leggero sulla vita, come una piccola scorreggia. Che poi questo, siamo, scorregge nell’universo. Flatulenze. Ma a me piace pensare ad anime che ritornano, anime annoiate, ad energie potenti di amore che serpeggiano alle radici della vita, a bambini felici, portatori sani di un futuro ampio e caldo.

Per cui, la famiglia, si tenne.

Con una fatica barbina, porto avanti questo progetto folle e fragile. Più per mio figlio, che per me. Questo poverino si è trovato, dalla nascita: a vivere un anetto in un bel appartamento anconetano, con cane e padre. Poi a Belgrado, piccolo appartamento in centro, senza cane e senza padre. Poi da solo in tre appartamenti, due orribili, uno decente, a Copenaghen, poi in un quarto, a Copenaghen, con nuovo individuo maschio e due bambine. Un cane. Padre vero, venuto rte volte in sei anni. Poi una bambina via, persa, e così il cane.

Mi implora, a giorni alterni, oh, non è che rimaniamo di nuovo da soli, eh, e poi oh, c’è papà che sta là che si droga, qui S. che è drogato di birra, ah apropos(dice così, apropos, manco fosse nonno Pino) mamma, quando ti sei accorta che era drogato di birra? e perchè ci sei rimasta?

E mi guarda, con quegli occhi ampi, bellissimi. Occhi di sottobosco, umidi, limpidi, brillanti e quando mi guarda, mi si aprono queste voragini dentro. E mi continuo a chiedere: perchè? bella domanda, perchè non ne trovo uno dico uno di brav’uomo, testa sulle spalle, buono, cuore grande, perchè? Perchè non percorro una bella strada soleggiata, con te alla mano, dritta, avanti, testa alta e nessuna cazzata?

Forse lo scoprirò nella mia prossima vita. Per ora, le cazzate son i cornflakes del mattino.

E, per ora, di vita, mi tengo questa qui. E che dio ce la mandi buona.

Loro, e notare che il marito non si è neppure accorto dei cornini (puramente decorativi, perchè di trovarsi pure l’amante..tempo, non ce n’è).

Si sono diradati i dubbi nella mia mente. Una nebbia densa e grigia ha lasciato il posto alla bruma mattutina, alla speranza di farcela. Di sapere restare.

Il marito sedicenne si sta dimostrando molto legato a me, e non vuole che ci lasciamo.

Vuole restare, vuole che rimaniamo, che impariamo nuovi modi di stare assieme, e sta impiegando tutte le sue forze perché ciò accada. E devo dire che, alla fine, mi fa tenerezza. In questo caparbio volere, sto imparando a stare.

Mi sento investita dal compito di non gravare mio figlio di ulteriori tensioni, di non gravare tanto meno Ciglia adottive e di fare in modo che, magari forzando da dentro la mia natura nevrotica, che vuole sempre stracciare tutto e ricominciare da capo, provare, come con il pianoforte, a suonar dal punto in cui le dita sono inciampate.

Dopo ogni inciampo, riprendo dalla nota uscita male, la riallaccio a poco prima, la lego a poco dopo e cerco di far fluire. Sono forte, io, e come il marito inglese non si stanca mai di ripetere, da me dipende tutto l’ecostistema familiare. Mi sentivo così anche in casa mia, anche se mio fratello mi vede diversamente, mi odia con puntiglio, per frasi e giudizi, per mancanze e punizioni. Io mi sentivo di tenere assieme, tessere il quotidiano con risate e scherzi, con rabbia, passione, amore.

Sono sempre quella.

Mentre però nelle amicizie ho imparato a scegliere meglio, ad evitare le trappole egotiche ed accentratrici, aride e bisognose, nella coppia, sono in piena trasformazione.

A mio marito, è morta la madre. La figlia numero uno, vuole stare sempre con noi ora, la due è seguita da un giudice, che lo obbliga a scriverle una volta alla settimana, a chiamarla una volta alla settimana. E forse, chissà, questa è la volta buona che questo eterno Peter Pan si trasformi in un uomo. Sembra la vita gli stia soffiando in testa la maturità che gli manca. Spero la trattenga. Che la porti con sè.

Intanto io scrivo, leggo, cerco. E spero, presto, di avere il mio PodCast attivo.

Se non fosse che ho tanti amici, sparsi per il mondo, e qui, dove vivo, sarei una barca alla deriva. Pallida, tremolante, stanca.

Nel corso degli anni, piano piano, navigando a vista, senza un piano quadrato e preciso, dalla mia rete di amicizie, ho progressivamente eliminato i narcisi e le persone che son brave a parole, ma dentro aride, aridissime, e ora tengo strette anime belle. Quelle che ora mi fanno da boe.

Gli anni di Torino, hanno lasciato pochissime persone, due, tre, che sento ogni tanto. E niente di più. Tutte quelle persone con cui uscivo ogni sera, ogni santissima sera, sono scomparse. E non sento dolore. Così è la vita. Le anime belle, qui, invece, mi arricchiscono e mi fanno sentire viva. Nonostante la mia vita sia rada di azioni nel mondo esterno e accada quasi tutta dentro le mura domestiche, mura che ingabbiano e nutrono le mie nevrosi. Perchè, ho scoperto, ho la struttura di carattere nevrotica. E non vuol dire che sono nervosa (di persone nervose, è pieno il mondo e non credo di essere più nervosa di molte altre, o intensa), ma che soffro di ansia e angoscia. Insonnia. Paure che mi immobilizzano da dentro e che mi fanno correre al bagno. Una buona dose di senso della realtà e della mia storia personale. Una certa creatività. Difficoltà a scendere a compromessi. Tutto fa parte del quadro della mia personalità nevrotica. L’ansia è la cosa che riconosco meglio in me. Anche prendere un treno, alle volte, mi ammazza.

“Caratteristiche della personalità nevrotica: al tempo di Freud erano nevrotici tutti i sintomi che non presentavano base organica, che non erano però schizofrenici, né maniaco-depressivi o psicopatici, per cui erano tutti i disturbi emotivi non psicotici. In realtà molte persone che Freud avrebbe trattato come nevrotici oggi sarebbero considerate borderline (attraversando periodi di compensazione psicotica). Si può considerare una personalità nevrotica, una personalità che ricorre alle difese più mature ed evolute, cioè usa anche difese primitive ma esse non hanno grande rilevanza nel funzionamento globale, cioè la presenza di difese primitive non elimina la diagnosi di carattere nevrotico come invece può fare la mancanza di difese mature. La persona nevrotica ha un senso integrato della propria identità (coerenza e continuità del sé, narrazioni particolareggiate della propria esperienza e delle proprie relazioni) e ha un solido contatto con la realtà. Tale soggetto vive come qualcosa di strano parte di ciò che l’ha spinto a chiedere aiuto, cioè ha coscienza del suo disagio ed è cosciente di aver bisogno di aiuto, per cui la psicopatologia è ego aliena (cioè non è strutturante e strutturata nell’Io) o può diventarlo.”

Boh, non capisco tanto bene e mi faccio mille domande.

Una è: come mai, nella mia vita, sono circondata da diagnosi? Ho il mio ex: maniaco depressivo (altrimenti detto bipolare) e tossicodipendente (leggasi malato con doppia diagnosi). Poi ci sono i personaggi accessori: la madre di Ciglia adottiva, che è borderline. Il marito in carica, un pelo assente e molto narciso. E chi più ne ha, più ne metta.

Come mai la mia costellazione familiare è piena di psicosi?

Ieri sera, Ciglia adottiva è arrivata a casa in lacrime. La madre, alcolista (ora non beve da un anno) e borderline, le ha gridato cose orribili, mostrato il dito medio e detto che se è tanto difficile vivere con lei, bè, lei potrebbe bene pensare di ammazzarsi. Go kill yourself, le ha detto. E mentre Ciglia mi raccontava tutte queste cose, mi si sono riempiti gli occhi di lacrime. Dopo circa due ore, mio figlio ha cominciato a piangere, dicendo: ARGHHH, devo fare pipì, devo fare pipì, ogni minuto devo fare pipì, e poi non dormo e poi faccio pipì nel letto e poi.. Lo ho rassicurato cinque minuti, poi mi sono innervosita, stanca, provata dalla tensione di prima. La stessa che ha provato lui! Ma non ho avuto la pazienza. E ho gridato. Per fortuna, il marito ancora in carica, ha calmato tutti, per poi rituffarsi sul divano a vedere Homecoming.

Intanto, il tempo passa anche sotto ai sofà- E non si sa perchè e non si sa perchè.

La società in cui viviamo, ci impone bisogni di ogni tipo. Bisogni che son travestiti da necessità. Un nuovo cellulare, un nuovo paio di scarpe, un nuovo cappotto, una nuova macchina.

In Danimarca, le cose riciclate sono considerate molto bene e quasi tutti, inclusi i più benestanti, credono nella economia circolare. Io la sostengo vivamente, con azioni quotidiane, con il mio agire e le scelte che compio quando compro. Il nostro potere sta quasi del tutto in ciò che scegliamo di comprare, e come lo facciamo.

I bisogni reali, per me, sono quelli che non si possono vedere. Quei bisogni sono nascosti sotto le palpebre, e dormono con noi. Sono anni che cerco di rispondere ai miei bisogni reali. Il primo, il più grande, è quello di un lavoro che mi soddisfi.

Gaur / Indian Bison (Bos gaurus) Portrait of male Gaur or Indian Bison grazing. This massive animal is the largest wild bovine in the world, can be up to 3m tall, and weigh up to 1.500kg. Kanha, India

Stavo pazientemente coltivando questo sogno, che è anche e fortissimamente mio bisogno, quando il bisonte Covid-19 ha bloccato tutto, ma proprio tutto. La scuola dove avevo appena iniziato ad insegnare è chiusa. Il francese è lingua non obbligatoria, la matematica non sono forse ancora pronta per insegnarla e l’inglese..potrei, ma l’altra insegnante non si ammala mai..Il bisonte schiaccia, schiaccia e mastica. Lentamente.

Sto ferma a casa e fatico a volermi alzare dal letto. Eppure, mi dico, devo trovare la forza per continuare a lottare, a credere che riuscirò, alla soglia dei 45, ad avere un lavoro che corrisponde a me.

Altro bisogno è, ma ora meno forte, un partner. Per anni ho cercato avidamente una risposta in un uomo e ora ho capito che non posso trovare risposta alcuna in qualcuno al di fuori di me. Solo in me, devo imparare a credere e a sostare. Con me e per me. Non ci possono essere persone in grado di placare quella sete, quella rabbia, quella energia che si muove liberamente dentro di me.

Il mio bisogno di un uomo accanto a me, si è poi rovesciato in una scelta, dettata dal caso e, ancora una volta dalla pressione che ogni bisogno esercita cocciutamente. Ho trovato questo uomo immaturo, ma anagraficamente molto più grande di me, egoista, anche se sembrava generoso, caotico, disorganizzato, sempre centrato sui sui grandi bisogni. Alcol, sesso, nicotina. Ramen, se in Giappone. E ora, nelle chiusura stretta dello stare a casa tutti assieme, senza altri occhi, senza gli astri degli amici vicini all’anima, che son sparpagliati tra Spagna, Italia, Belgio e Giappone. Senza quella normalità che allenta lo sguardo indagatore, e allarga lo sguardo, son lì che lo vitupero mentalmente e alle volte a voce chiara, toni forti, ogni minuto, ogni ora.

Fingo, per il resto. Non dico.

Non dico che mi infastidiscono da morire le bottiglie vuote nella doccia, le strisciate di merda, gli spazzolini luridi, le mutande puzzolenti, il dormire nudo, il mangiare con la bocca aperta, il lasciare che le unghie crescano fino a raggiungere le lunghezze di qualche saggio Indu, i capelli grassi, la pelle grassa, il non rifare il letto, il lasciare qualsiasi cosa rotta, rotta, lì, abbattuta e dimenticata. Non dico che non tollero praticamente nulla di lui. Che odio la voce finto mielata che usa per parlare con Ciglia adottiva, ancheggiante, mezza nuda, truccata a dodici anni piccini piccini, che detesto che si vergogna a chiederle anche solo di buttare la spazzatura, come fosse impresa feroce, immensa, che non sopporto non le abbia insegnato che fare qualcosa per gli altri, anche piccole cose, è bello e sano e che non bisogna chiedere sempre qualcosa in cambio, che se un bambino è disabile, non va deriso e ignorato, ma abbracciato e coccolato, che..

Ecco, ora, vorrei sapere, come, una donna intelligente, preparata, attiva ed energica, come, questa donna, può e deve rinunciare al bisogno di una vita che le corrisponda, proprio quando, dopo immensi sforzi, di quella vita ha costruito le forme essenziali.